mercoledì, dicembre 20, 2006

I Bottoni di Napoleone - Le Couteur Penny e Burreson Jay

AutoreLe Couter Penny & Burreson Jay
TitoloNapoleon's buttons
Titolo ItalianoI Bottoni di Napoleone
Anno2006
Giudizio****(1/2)

Una ragione probabilmente c'era se il vostro libro di
chimica organica era noioso da morire: la chimica organica era
descritta come qualcosa d'avulso dalle applicazioni e
nello stile piatto assolutamente privo d'emozione che fa credere
che la scienza sia qualcosa che distrugge, o quantomeno è in
contraddizione, con l'arte o la poesia (detto in modo più colto:
disincanta = toglie l'"incanto" del mondo).

Al contrario c'é parecchio per incantarsi ed emozionarsi nel
libro di Le Couter - Burreson, ora tradotto in italiano, qui si
racconta la storia di 17 molecole, nonché delle moltissime altre
citate nel libro, come la teobromina e l'anandamide, componenti
del cioccolato, la crocetina, l'acido picrico, l'indigotina e la mauveina,
e così via (in realtà ogni capitolo tratta una famiglia di molecole
o più famiglie legate da proprietà comuni), e del loro rapporto
con la storia umana, politica e sociale, senza però mai perdere
di vista l'importanza della struttura molecolare, che soprattutto
da un punto di vista scientifico, è spiegata in modo esemplare (per
i lettori non avvezzi alla materia nel primo capitolo la notazione
usata è chiaramente spiegata). Appena leggermente più debole
appare il libro sul piano storico, nel senso che in molti casi si limita
a raccontare i fatti essenziali, ma è anche vero che per approfondire
si dovrebbe rimandare, ad esempio, alle centinaia di monografie che
sono state dedicate alla storia politica ed economica del commercio
delle spezie o del caucciù. Si pensi solo agli immensi meccanismi
che queste nostre "passioni" per le "droghe" hanno messo in moto
sul piano storico: guerre, invasioni, trattati di pace che includevano
il monopolio o la perdita del monopolio del commercio delle spezie
(curiosissimo é il caso dello scambio tra inglesi e olandesi che ha
portato New Amsterdam a divenire New York a causa della noce
moscata). Non parliamo poi dello zucchero o del caffè che hanno
rivoluzionato due continenti Africa e America a causa della tratta
degli schiavi.

Un altro pregio del libro è che fa comprendere molto bene come
la differenza di qualche atomo tra una molecola ed un'altra sposta
enormemente il confine tra l'utile e l'inutile, o fatto ancora più
interessante, tra il legale e l'illegale. Le "droghe", nel senso di
spezie, sono davvero droghe, medicine, psicofarmaci e talvolta
persino sostanze cancerogene (almeno sugli animali), e l'uso anche
culturale che ne facciamo non dovrebbe farcelo scordare. Per fare
un esempio uno di questi composti aromatici, il metileugenolo,
come l'eugenolo o il safrolo che sono tra le molecole sulla scena nel
primo capitolo del libro, è contenuto anche nel nostro basilico
genovese. Come anche Le Couter e Burreson spiegano molto
chiaramente, tali sostanze sono un "insetticida" naturale, infatti,
si trovano in maggiore concentrazione nelle piante giovani. E' noto
d'altra parte che il metileugenolo, al contrario dell'eugenolo, è
cancerogeno su culture cellulari di fegato di topi e ratti tanto da porsi
il problema di un reale pericolo per chi ne assume in quantità
eccessiva, magari mangiando un bel piatto col pesto genovese [1]
(molte delle sostanze cancerogene solo su animali di laboratorio
sono per "preucazione" sospese dal mercato in alcuni paesi, ad
esempio, negli USA il ciclamato di sodio, un dolcificante, presente
nella Coca Light in Italia, è bandito per questo motivo). Questo
fa capire come l'illusione del "naturale" propugnata da certo
ecologismo sia alquanto antiscientifica e come il confine tra
"droga" e droga sia davvero sottile e indefinito.

Il libro è interessante anche per come la storia della scienza mostri la
propria cosiddetta serendipidità. Spesso quello che si cerca non si
trova e si trova qualcos'altro per caso, che poi si rivela anche
d'impatto più devastante di quello che si cercava in un primo
momento. William Perkin, che cercava di sintetizzare il chinino, il
celebre rimedio per la malaria, trovò invece la mauveina, una
molecola che si rivelò essere un potente, resistente e soprattutto
economico colorante viola artificiale e diede inizio alla sintesi
artificiale dei coloranti, che vide poi il prevalere della grande
triade di industrie chimiche BASF, Bayer e Hoechst.

Non molto azzeccato per la verità c'è soltanto il titolo: il caso di
Napoleone, oltre ad essere dubbio, non è propriamente una
questione di chimica quanto di fisica delle transizioni di fase.
E' probabile però che se gli autori avessero usato solo il
sottotitolo o le sue possibili varianti, il libro sarebbe passato
molto più inosservato.

[1] vedi http:
//www.sssa.it/news.asp?id={EE43C98C-0021-473E-A25A-38742139997D}

venerdì, dicembre 01, 2006

Il Tè. Verità e bugie, pregi e difetti - Gianluigi Storto

AutoreGianluigi Storto (con la collaborazione di Salvatore Pellegrino)
TitoloIl Tè. Verità e bugie, pregi e difetti
Anno2006
GiudizioIntrigante, chimico, illuminante.

Un libro sul tè. Per la prima volta mi trovo a scrivere una recensione su un libro del genere. Questo stupirà quelli che conoscono la mia passione per questa superba camelia. La spiegazione è molto semplice: i libri sul tè sono destinati ad un pubblico di nicchia e fino ad adesso, nonostante i molti libri letti sull'argomento, non avevo ancora incontrato un libro che potesse attirare l'attenzione di un pubblico più vasto.

Il segreto e la peculiarità di questo libro dipendono dal mestiere dell'autore. Il punto di vista di un chimico, ex-doganiere, esperto di merceologia è decisamente inconsueto nel panorama dei libri sull'argomento. Questo, spero, attirerà l'attenzione di un una consistente frazione dei pochi lettori di questo blog.

La prima delle due sezioni del libro scorre davvero bene. La parte storica non è approfonditissima ma è ricca di aneddoti ed i criteri di classificazione adottati si adattano bene alla realtà del mercato consentendo al lettore di orizzontarsi facilmente nel vasto mercato delle foglie di camelia.

La seconda sezione è decisamente più peculiare e, in effetti, un po' ostica se non si è abituati ad un linguaggio più tecnico. In nessun altro libro del settore ho trovato descritti con tanta precisione gli effetti della durata del processo di ossidazione nei centri di raccolta sul contenuto di caffeina delle foglie. La varietà di modi in cui si può adulterare o sofisticare il tè è davvero impressionante (per fortuna in occidente non c'è convenienza economica in queste pratiche).

Se avete letto uno o più altri libri sull'argomento, questo sarà davvero illuminante. Alla fine della lettura riuscirete finalmente a distingure quali sono le leggende metropolitane e quali i veri valori con cui giudicare la qualità delle foglie e la preparazione degli infusi. Se non siete addentro all'argomento, non vedo modo migliore di iniziare.

LLP, Andrea

P.S. L'appendice entra molto nel dettaglio delle reazioni chimiche che avvengono sia durante la preparazione industriale che durante l'infusione del tè. Decisamente consigliata solo a chimici e geek.

lunedì, novembre 13, 2006

Adua - Domenico Quirico

AutoreDomenico Quirico
TitoloAdua
Titolo Italiano
Anno2005
Giudizio****

C’è storia e storia. Quella di Quirico non è mai noiosa, semmai è quasi furiosa fin dalla primissima pagina dove gli eventi si accavallano e si inseguono sullo sfondo della tormentata Etiopia. Poi man mano che si va avanti, all’apparizione degli italiani sull’altipiano, s’insinua il sospetto che c’è qualcosa che ci riguarda da vicino. Quel primo breve capitolo sull’Etiopia affermerei che quasi si rimpiange che sia così breve, si vorrebbe sapere di più su quella terra esotica e strana e del suo impero fuori del tempo, ma per fortuna veniamo subito calamitati dalla descrizione dell’Italia fin-de-siecle. Qui apprendiamo che quel mondo non era poi tanto meno esotico e strano dell’Etiopia. Colpisce soprattutto come la vita assumesse strane forme: chi può immaginare le difficoltà economiche di un ufficiale di cavalleria alle prese con le spese di rappresentanza o semplicemente di scuderia. E poi la tragicomica rivalità tra piemontesi e napoletani. E che dire dei maccheroni del generale Primerano. C’è una buona attenzione alla storia sociale e materiale che sullo sfondo delle beghe politiche rende il quadro molto vivido.
Ma nonostante le italiche “esoticherie” procedendo avanti riconosciamo come il sospetto divenga certezza: molti dei difetti nazionali apparivano già all’epoca. Le rivalità personali che oltrepassano il senso dello stato, l’approssimazione e il dilettantismo nelle questioni tecnico-scientifiche, l’invadenza dei burocrati, e non ultima la pessima tendenza al far prevalere i costrutti teorici nei confronti della pratica, cosa che in campo militare è notoriamente devastante. Questa parte è la più interessante forse per chi vuole capire la “mente italiana” fin dal suo nascere con le sue rivalità anche geografiche ed elitarie, sebbene si vede anche qui una certa fretta di andare avanti dell’autore. La fase pre-Adua è un poco frettolosa a dire il vero e il lettore attento ha difficoltà a seguire una cronologia piuttosto vacillante, mentre nel sequito, quando si tratta di descrivere le operazioni sul terreno, i tempi sono scanditi molto bene; ma a parziale giustificazione possiamo dire che il libro sarebbe diventato molto pesante se alla disamina socio-politica si fosse aggiunta anche una dettagliata descrizione degli eventi precedenti la battaglia.
Arriviamo così al vero cuore del libro, la dettagliata descrizione della battaglia di Adua del 1896 tra il corpo di spedizione comandato dal governatore dell’Eritrea, il generale garibaldino Oreste Baratieri, e l’esercito scalcagnato di Menelik II. Precede questa l’accurata ricostruzione dell’informale riunione tra generali nella quale le basi del disastro sono poste con la definizione di una strategia di attacco ambigua (l’annoso problema filosofico delle regole d’ingaggio esisteva anche allora nella mente del politico-generale Baratieri). Nel corso della battaglia gli errori teorici causano la catastrofe in primis la cartografia affidata ad uno “schizzo” del campo di battaglia fatto distribuire dal generale Valenzano che è palesemente sbagliato come si vede molto bene anche dalle due carte riportate nel libro. E poi le difficoltà del terreno, non rilevato che in modo approssimativo, fanno il resto: la brigata Dabormida si perde in un vallone laterale separandosi dal resto dell’armata segnando la propria condanna e quella delle altre due colonne già in difficoltà. Come in un’epopea salgariana gli abissini vanno alla carica tra urla furiose e schioppettate maldirette, ma sono all’incirca centomila e anche se i nostri impassibili generali si comportano sì alla Yanez da uomini coraggiosi, freddi e incuranti della morte, la frittata è ormai fatta. La descrizione di Quirico non lascia scampo agli errori italiani ed è ben costruita sia dal punto di vista spaziale che temporale (mancherebbe solo qualche fotografia anche recente del terreno delle ambe e dei valloni, ma sono curiosità per i lettori appassionati geografi).
Possiamo pensare che ben gli sta ai nostri antenati colonialisti da strapazzo, ma appare chiaro che gli abissini non avrebbero mai vinto contro un esercito europeo ben schierato e con i collegamenti in ordine, com’è sempre accaduto quando inglesi o francesi avevano qualche problemino nelle colonie. Quello che è veramente incredibile è come poi come Baratieri, tornato in Italia, fu alla fine assolto nel processo intentatogli. Un processo non processo con la sentenza già scritta come è abituale costume italico, in cui non ci sono i responsabili e non si capisce mai di chi è la colpa, e che sarà certo un modello per molti processi futuri anche recenti della nostra storia.
Più che il revanscismo fascista al quale il sottotitolo rimanda, fatto storico ormai lontano nel tempo e nel sentire quotidiano e che è materia di un lungo dibattito tra storici, il libro a mio parere si apprezza proprio per le similitudini con il modus operandi dello stato italiano e più in generale delle classi dirigenti italiane anche in quest’apparentemente lontano inizio di terzo millennio. Rispetto ad oggi l’Italia fin-de-siecle ci apparirà lontana ed esotica, ma viceversa sembra che le nostre classi dirigenti siano rimaste le stesse di un secolo e più fa.

martedì, ottobre 10, 2006

Imperium - Robert Harris

AutoreRobert Harris
TitoloImperium
Titolo ItalianoImperium
Anno2006
GiudizioCrudo, godibilissimo, troppo romano

Harris ci è riuscito di nuovo, ha scritto un libro che è riuscito ad entusiasmarmi quasi quanto Fatherland ... ma forse è meglio partire dall'inizio.

In breve, Imperium è l'ultima fatica di Robert Harris, già autore di romanzi della levatura di Enigma, Fatherland e Pompeii. Il romanzo è una sorta di biografia romanzata di Marco Tullio Cicerone, incentrato sulla carriera politica dell'avvocato romano passato alla storia come il più grande oratore di tutti i tempi. Leggo, inoltre, dalla seconda di copertina che questo romanzo è il primo di una trilogia dedicata a tre diversi personaggi latini che vissero la transizione dalla repubblica all'impero.

Tirone Marco Tullio, il segretario di Cicerone, scrisse in vecchiaia una biografia dell'oratore. Tale libro è andato perduto nelle oscurità del medioevo. R.H. si è quindi calato nella parte di Tirone ed ha "reinventato" la perduta biografia.

Devo dire che il romanzo non è scorrevole come il precedente Pompeii poichè all'accuratezza storica si aggiunge la necessità di spiegare le complesse regole della struttura politica dell'antica repubblica romana. Nonostante questo serio handicap R.H. riesce a trascinare il lettore nei vicoli della Roma del primo secolo a.c. al seguito degli oscuri personaggi che vi tramavano per conquistare l'Imperium manovrando bustarelle e comprando voti.

Credo che il lettore medio non apprezzerà molto quest'opera, troppo cervellotica. La raccomando invece a chiunque ami la storia romana e l'intrigo politico.

LLP, Andrea