venerdì, settembre 07, 2007

Lo potevo fare anche io - Francesco Bonami

AutoreFrancesco Bonami
TitoloLo potevo fare anche io
Anno2007
GiudizioInutile, inconcludente, soldi sprecati
Riferimentianobii


Annuncia il sottotitolo: "perché l'arte contemporanea è davvero arte?". La promessa di spiegarlo è il semplice motivo per cui ho comprato questo libro. Purtroppo non solo l'autore fallisce chiaramente e completamente il suo dichiarato intento ma, per buona parte del libro, pare addirittura essersene dimenticato.

Cosa ti aspetti quando qualcuno spende le parecchie pagine del capitolo introduttivo per affermare che "finalmente" ti spiegherà perché l'arte contemporanea è veramente arte? Ti aspetti che subito dopo cominci a spiegarti le sue motivazioni, ti dia una definizione di quello che intende per "arte" e ti porti esempi di ciò che, secondo la sua definizione, è arte e di ciò che non lo è.

Il primo capitolo introduce un artista, porta alcuni esempi delle sue opere e ci spiega, secondo il critico, quale possa essere il significato che il presunto artista vuole comunicare con quelle opere. Uso la definizione "presunto artista" per precisa scelta, poiché nel capitolo non vi è nessuna traccia del perché si debba considerare tali opere "arte" e non merda in scatola (letteralmente).

Il secondo capitolo ripresenta lo stesso schema ma per qualche riga mi illude: c'è un flebile accenno al fatto che, in Italia, siamo abituati a considerare artisti solo quelli che, in primis, abbiano una chiara competenza tecnica nella loro disciplina. Speranzoso continuo a leggere, forse l'autore sta per arrivare al punto.

Dal terzo al quinto capitolo, calma piatta, tanta critica ed interpretazioni delle opere. A latere troviamo qualche auto incensamento dell'autore nel suo ruolo di rinomato critico.

Da settimo capitolo in poi, le cose peggiorano nettamente. L'autore si dimentica completamente del fatto che ha promesso di scrivere un libro per neofiti e smette di introdurre gli artisti e le loro opere, passa direttamente alla critica degli artisti. Il povero artisticamente illetterato lettore, destinatario eletto del libro, non può fare altro che studiare da altre fonti le opere dell'artista in oggetto prima di leggere il capitolo se vuole avere speranza di capirci qualcosa. Una selva di riferimenti incrociati, spesso ad autori non ancora trattati, confonde senza requie.

Il capitolo conclusivo aggiunge la beffa al danno. Con assoluta non curanza, l'autore ci informa che questo capitolo dovrebbe rispondere alla domanda iniziale, finalmente spiegarci perché, secondo l'autore, certe cose siano arte ed altre no. L'argomento è liquidato in meno di tre pagine con qualcosa del tipo "perché spiccano nella generale mediocrità del panorama artistico circostante".

Riepiloghiamo: Il libro promette di essere un libro sulla critica dell'arte, sulla definizione di arte e arte contemporanea ed invece è un libro di critica dell'arte contemporanea. Il libro è inutile anche come introduzione all'arte contemporanea perché scritto in maniera incomprensibile per il neofita per l'eccessivo numero di concetti e nozioni date per scontate.

Chiudo il libro e mi domando cosa ho imparato da questa lettura. La risposta è "nulla"! Ho imparato molto di più dalle ricerche che ho fatto sulla wikipedia per cercare di capir qualcosa dell'inutile guazzabuglio che è questo libro. Inoltre ho intenzione di liquidare la prevedibile obiezione che, almeno, questo libro mi avrebbe spinto ad informarmi sull'arte contemporanea, facendovi notare che fare click su questo link non costa 15 euro e non contribuisce alla deforestazione amazzonica.

LLP, Andrea

lunedì, giugno 04, 2007

Coraline - Neil Gaiman

AutoreNeil Gaiman
TitoloCoraline
Titolo ItalianoCoraline
Anno2003
GiudizioGuardare oltre le apparenze...

E' un libro piccolino, Coraline, di quelli che si leggono in un paio di ore, magari nel classico pomeriggio d'inverno. D'accordo, sono una fan di Gaiman e non sono molto obiettiva ma Coraline è una bella storia, evocativa e leggera, a tratti un po' spaventosa. Ricca di quei ritratti 'alla Gaiman' che troviamo nei suoi scritti. Personaggi curiosi, vagamente assurdi, saggi o completamente pazzi. Qui degni nota sono un gatto parlante, le due sorelle vicine di casa e, soprattutto, la stessa Coraline.

Coraline è una bambina molto curiosa che ama definire se stessa un'esploratrice. Siamo sul finire dell'estate, ed è un momento molto drammatico: la scuola non è ancora cominciata e la bambina ha già esplorato la vecchia casa dove abita, è andata a trovare i vicini, ha giocato con il gatto, ha esplorato il giardino in lungo e in largo. Ha giocato a tutto il possibile e l'impossibile, ma ora si annoia e tanto.

Un pomeriggio, spinta dal papà a contare le porte della casa e svariate altre cose (tra cui tutte quelle blu), si avvicina alla quattordicesima porta, quella sempre chiusa. Corre in cucina a prendere le chiavi, ma la porta si apre semplicemente su di un muro di mattoni e non c'è davvero niente di curioso o speciale.

Ma un giorno, il giorno più noioso di tutti, qualcosa spinge Coraline ad aprire nuovamente quella porta... i mattoni sono spariti, al loro posto un lungo corridoio si inoltra nel buio. Ecco. Qualcosa di nuovo da esplorare, finalmente.

Alla fine del corridoio, un'altra casa e, dentro, l'altra madre e l'altro padre. Uguali ma non troppo ai genitori della bambina, con dei lucidi bottoni neri al posto degli occhi. Presenti e premurosi, in netto contrasto con la vera mamma sempre di corsa e il vero papà sempre al lavoro. Da questo lato tutto è più divertente, l'altra madre è amorevole e attenta, il gatto ha il dono della parola, e cose curiose e divertenti accadono. L'altra madre chiede a Coraline di restare, di diventare sua figlia, ma la bambina è saggia e coraggiosa, e, sebbene tentata, alla fine torna alla sua vera casa.

Tuttavia, il giorno in cui i suoi veri genitori spariscono nel nulla, Coraline saprà esattamente dove dovrà andare a cercarli.

L'altro mondo è sempre affascinante, l'altra vita è sempre più bella e divertente. In questo Coraline ci porta a riflettere sulla realtà speculare, sull'attraversare lo specchio, ma soprattutto sul fare delle scelte per una vita forse più semplice. Ma attenzione, perché il prezzo da pagare per l'altra vita c'è sempre ed è sempre molto alto.

Consigliato a chi pensa che le favole siano solo roba per bambini.

NdiSash: Shand, no... non fare quella faccia, non sono un miraggio o un programma difettoso prodotto dalla matrice. Sono proprio io e questa è la mia prima recensione dopo tutto questo tempo. Per la seconda... chissà? Magari mi distraggo un attimo, as usual, e passano un altro paio di anni! :-)

mercoledì, maggio 23, 2007

[curiosità] L'uomo delle montagne

Meno avvolto nel mito del suo alter ego europeo, Woodwose,
l’uomo delle montagne, è il rappresentante di una epopea
puramente maschile che si è sviluppata grosso modo dal 1810
fino al 1840, quando ormai i pionieri coi loro carri iniziavano ad
invadere i territori scarsamente popolati del Nordamerica,
mentre castori e bisonti iniziavano a declinare. Nell’immaginario
nordamericano, meno nella realtà commerciale delle companies,
egli rappresenta l’uomo civilizzato che torna alla natura e perde
quella patina borghese e flaccida per tornare ad un pieno totale
contatto con la natura in una terra spopolata e selvaggia. Egli è
totalmente autonomo e libero, e questi sono i “comforts”
probabilmente più sostanziali che gli possiamo invidiare, dato
che la vita tra le grandi pianure e le montagne rocciose all’epoca
non era certo facile. Quella che segue è la traduzione dal libro
di George Laycock delle impressioni dal vivo di uno dei primi
viaggiatori sul continente riguardo ad un autentico mountain man:

La sua pelle a causa della costante esposizione assumeva un
tono quasi scuro come quello di un nativo, e i suoi caratteri e
struttura fisica assumevano una forgia rude e dura. I suoi
capelli, per la mancanza di attenzione, divenivano lunghi,
ruvidi come il sottobosco, e ricadevano sciolti sulle sue spalle.
La sua testa era sormontata da un cappello di lana a falda bassa,
o un rude sostituto fatto da lui stesso. I suoi vestiti erano di pelle
scamosciata di cervo, decorati da frangie alle cuciture con stringhe
dello stesso materiale, tagliato e manipolato in un modo del tutto
peculiare a quell'uomo ed ai suoi associati...ai suoi fianchi era una
cintura di pelle alla quale erano attaccati i foderi del suo coltellaccio
e delle pistole - mentre dal suo collo era sospeso una tasca per
proiettili attaccata saldamente alla cintura sul davanti, e sotto il
braccio destro pendeva un corno da polvere trasversalmente
passato sulla sua spalla, dietro il quale, su di un spallina erano
assicurati uno stampo per pallottole, un cacciavite o un’acciarino,
un portamonete, un punteruolo, etc. Possiamo immaginarlo con
una stecca di legno duro per l’avan-carica e un buon fucile nelle
sue mani, mentre s’apre la strada a fatica carico anche con trenta o
trentacinque balle (di pelliccie), l’autentico uomo delle montagne
completo del suo equipaggio...l'uomo delle montagne che e' il suo
proprio manovale, sarto, calzolaio e macellaio, e puo' sempre nutrire
e vestire se stesso, e godere di tutti i comforts che la sua
situazione permette.

Rufus B. Sage, cit. in The Mountain Men di George Laycock,
The Lyons Press, Guilford CT,
6th edizione, 2006. Traduzione di Jakk.

The Mountain Men

Virgin Land: The American West As Symbol and Myth, by Henry Nash Smith.

martedì, aprile 24, 2007

Gli Illuminati e il Priorato di Sion - Massimo Introvigne

AutoreMassimo Introvigne
TitoloGli Illuminati e il Priorato di Sion
Titolo Italiano
AnnoPiemme - 2005
Giudizio****
Tra i più noti esperti di quei fenomeni parareligiosi
che sono le sette e le credenze di massa, M. Introvigne
ha prodotto un agile libretto che ci spiega in dettaglio
come Dan Brown abbia costruito abilmente su delle
incredibili lacune e sabbie mobili di sette inventate
a volte per puro caso, credenze popolari e storiografia
alla buona (come le arcinote leggende sui templari che
sarebbero rimasti nell'ombra anche dopo la loro
distruzione).

Il libro è godibilissimo sotto l'aspetto storico con
un’accurata ricostruzione delle fonti, e degli intrecci,
passaggi di testimone (spesso contestati da
interminabili cause in tribunale), finte riscoperte, finte
parentele e per finire finte edizioni retrodatate ex-post
che sono classiche nell'evoluzione delle sette esoteriche
quando cercano di inventarsi una tradizione.
Scoprire che il Priorato di Sion non è che una setta
composta nel suo periodo d'oro in tutto di tre
o quattro persone opera di un fascistello francese
disoccupato è qualcosa che non si può perdere. L'autore
trova anche il tempo di accennare al noto film Disney
Il mistero dei Templari che prolunga e rafforza la
tradizione della scomparsa "sottotraccia" dei cavalieri
e che permette ad Introvigne di spiegarci con una dotta
disquisizione l'origine NON massonica del disegno del
retro del Great Seal (il sigillo ufficiale degli Stati
Uniti: un occhio posto su di una piramide tronca, disegno
che appare anche su tutte le banconote da un dollaro).

Assolutamente comico è poi il gran finale tra X-files,
i "rettiliani" e il principe Filippo (già proprio lui
Filippo d'Inghilterra) con l'ennesima interpretazione
dell'incidente del Pont du L'Alma.

Più impegnativi sono invece alcuni temi che emergono
qua e la nel libro, soprattutto all'inizio, e nelle
conclusioni. In primo luogo, si chiede Introvigne,
perchè le grandi religioni, nonostante il loro revival
post-illuministici, nonostante le moltissime persone
che sono affamate di spiritualità, non riescono ad
attrarre più di un 20% circa di credenti veramente
osservanti. In genere l'altro 60% di chi si dichiara
credente (circa l'80% nei paesi occidentali) non
appartiene ad una chiesa in particolare, è un "credente
senza chiesa" ("believier without belonging"). Questo
non appare però come l'effetto della modernità e della
secolarizzazione, ma è l'opposto: è nei "credenti
senza chiesa" che si assiste al ritorno di credenze
esoteriche, pseudo-scientifiche, e quindi alla
speculazione che le chiese, in particolare quelle
delle grandi religioni monoteistiche siano
detentori di poteri occulti e persino di "grandi"
complotti. (D'altra parte anche le chiese vi si
adattano trovando nel culto popolare dei santi e
di una ritrovata mistica, un mezzo, sempre più
veicolato dai media, anche per ri-attrarre a se gli
appassionati delle sette segrete e dei misteri,
quei "credenti senza chiesa" appunto.)

Quali motivazioni che spingono delle persone in
genere razionali a credere in un metacomplotto
(o grande complotto). La risposta è a mio parere
determinata dalla voglia di trovare delle risposte
facili e deterministiche alla complessità del mondo,
cosa che non sempre le grandi chiese, in quanto
organizzatrici di bisogni spirituali su vasta scala,
non riescono sempre a dare. Paradossalmente se la
scienza fosse più conosciuta e diffusa avremmo un
numero maggiore di "credenti con chiesa", infatti,
i temi gnostici/complottisti sarebbero presi per
quello che sono ovvero bufale in parte ben riuscite.
L'essoterismo è l'altra faccia di questa medaglia,
esso nasce proprio perché le credenze esoteriche,
essendo, di fatto, al di fuori della cultura ufficiale,
possono dare quelle spiegazioni semplici che servono
a collocarsi/collocare nel mondo se stessi e gli altri
con un ruolo ben preciso, buono o cattivo che sia.

Voglio infine notare che al contrario dell'autore io
penso che sia illusorio credere che la percentuale
dei credenti strettamente osservanti ad una chiesa
superi il 40%, forse in eccezionali periodi di "great
awakening" può arrivare al 50%, ma ci sarà in ogni
caso una notevole percentuale di persone, che si
dichiara "credenti senza chiesa", anche perchè
colloca i bisogni spirituali nelle cose individuali
più che collettive. (Diceva un famoso capo indiano
"le chiese servono a litigare su Dio".) Quindi il
fatto che l'80% si dichiari credente, ma solo il 20%
va in chiesa, non è caratteristico della nostra epoca,
ma é probabilmente un dato storico con qualche
oscillazione del 10% in più o in meno. Naturalmente le
motivazioni che Introvigne dà del "grande complotto"
sono coerenti con questo: una buona parte di quel 60%
di "credenti senza chiesa" motiva il suo rifiuto
d’appartenenza con le teorie del "grande complotto"
e questo fa vendere molti libri a Dan Brown.