giovedì, giugno 18, 2009

AutoreVan dine S.
TitoloThe Benson Murder Case
Titolo Italiano
La strana morte del signor Benson
Anno1926
GiudizioGradevole anche se prevedibile

Seppur datato, il romanzo scorre piacevolmente. Per gli amanti del Giallo potra apparire abbastanza scontato in talune deduzioni, ma certamente il metodo investigativo di Philo Vance ha un fascino tutto suo.
Incrocio tra Sherlock Holmes e il tenente Colombo, Philo Vance comprende sin dall'inizio chi è il colpevole e tenta in ogni modo di sviare il lettore. La figura comprimaria del Procuratore è una spalla abbastanza credibile, ma che a mio parere si brucia subito.

Nel complesso ha un valore storico ed è gradevole da leggere.

venerdì, maggio 16, 2008

Il cervello dipendente - Luigi Pulvirenti

Autore Luigi Pulvirenti, con la collaborazione di Maria Rita Parsi
TitoloIl cervello dipendente - un intervista di Maria Rita Parsi
Titolo Italiano
Anno2007
Giudizio**** (ne più - ne meno)

Tra le innumerevoli ipotesi che si sono fatte per la spiegazione

delle funzioni cerebrali e della connessa fenomenologia il lavoro

di Pulvirenti spicca per la pulizia fenomenologica e la chiarezza

espositiva, oltre al fatto che gran parte del discorso ha per

fondamento una base sperimentale nei dati dedotti da

esperimenti concreti come la PES. La finezza raggiunta da

tali esperimenti con l'analisi di nuclei anche molto piccoli

giustifica il prudente entusiasmo dell'autore per i risultati

raggiunti.


All'atto pratico l'instaurarsi delle dipendenze è spiegato

con un processo che parte dalla chimica per diventare

morfologico: i circuiti attivati non si spengono più e

continuano a generare dipendenza. In un ottica più

generale questa potrebbe essere anche una spiegazione

di altri processi cerebrali come il riconoscimento di un

parente prossimo che stimola un reward positivo o

come spiegato anche da Pulvirenti avere un legame,

anche se più debole, con certe patologie ossessive.


Meccanismi simili di "rewardship" potrebbero essere

fondamentali anche per la generazione di stati coscienti

(auto-riconoscimento) e gestione degli stati cerebrali

nel corso del tempo. Come sappiamo l'importante

legame tra cognizione e emozione scoperto negli

ultimi venti anni adesso potrebbe avere una base

chimica nel puntamento delle vie neuronali tra i vari

centri cerebrali deputati.


Da un punto di vista delle pure dipendenze il libro

sposta l'attenzione dalla vecchia idea delle crisi di astinenza

al craving (a powerful desire recita l'Oxford), inteso come

costante nervosa ricerca della soddisfazione della

dipendenza che diviene l'attività dominante e assolutista

dell'individuo dipendente. Concetto anche questo, in

misura meno ossessiva, espandibile ad altre attività umane

come la ricerca del cibo (e quindi anche le sue complesse

implicazioni e dipendenze come parassiti del glucosio).

Per la prima volta inoltre sono spiegate e analizzate le

dipendenze non chimiche come quella dell'esercizio

fisico e del gioco d'azzardo, con un meccanismo di "reward"

analogo, sebbene meno potente, di quello chimico.


Il mismatch, o disadattamento, evolutivo che secondo l'autore

porta alle dipendenze, peraltro forse riscontrabile anche in altri

animali sociali (vien subito da pensare al craving

delle formiche per lo zucchero degli afidi) comporta

la perdita di identità e relazioni sociali che vengono

distrutte. Se non curata questa deriva può essere dannosa

per un intera popolazione (pensiamo solo, ad esempio, al

devastante effetto dell'alcool sulle popolazioni amerindie)

e nei casi più gravi per l'intera specie.


Ma possiamo evitarlo ?


Forse no, forse sì. Nel primo caso non dovremmo invocare

cause innaturali, ma semplicemente la nostra incapacità di

disobbedire ai nostri geni stavolta molto poco egoisti e

alquanto stupidi. Nel secondo caso dovremo dire grazie una

volta di più alla scienza ed in generale all'evoluzione culturale

e non genetica dell'uomo quella che definiamo a volte con

spregio educazione.


Certo il libro intervista non è il meglio per una spiegazione

ampia e dettagliata, però semplifica molto le cose come una

sorta di FAQ estesa. La Parsi si attiene o è costretta dall'intervistato

ad un discorso strettamente scientifico a differenza di altri suoi per

la verità infelici esiti (penso al confuso libretto SOS Pedofilia anche

questo scritto in collaborazione con un altro scrittore non scienziato

però).

mercoledì, febbraio 27, 2008

Buono, Pulito e Giusto - Carlo Petrini

AutoreCarlo Petrini
TitoloBuono, Pulito e Giusto
Titolo Italiano
Anno2005
GiudizioIneguale, ma sanguigno....***1/2 (al libro), ***** (all'opera)


Un libro merita di solito un attenzione nel tempo decrescente. 

Di solito dopo una fase di assestamento passa dall'attenzione 

dei lettori, lì sul banco delle novità, agli scaffali posteriori 

dove finisce per essere esaurito. Tuttavia alcuni libri 

esprimono a tal punto le opinioni dell'autore che diventano 

libri forti, vere bibbie del loro pensiero. Uno di questi é 

certamente il libro di Carlo Petrini il fondatore di Slow Food. 

Esso ruota intorno alla triade del titolo: "buono" come 

sinonimo di gustoso, appetibile, che piace che da piacere, 

liberandosi dai complessi di colpa della ghiottoneria;

"pulito" in quanto prodotto in modo naturale rispettando 

l'ambiente e la biodiversità; "giusto" senza creare ingiustizie 

sociali.


Dico subito che il libro é non facile, rugoso, ineguale.  

Petrini si avventura nella complessa operazione di legare i fili 

di tutta una serie condizioni e fatti che determinano il nostro 

attuale rapporto col cibo, e poi da questi, generare, o almeno 

tentando di farlo, nuove definizioni.  Cercando alla fine di 

fondare quella che Petrini definisce la nuova gastronomia...

per capirci certamente alcune cose possono essere condivise:


"...il cibo e la sua produzione devono riottenere la giusta centralità

tra le attività umane e i criteri che guidano le nostre azioni vanno

ridiscussi. Il punto infatti, da ormai troppo tempo, non é più la

quantità di cibo prodotto, bensì la sua qualità complessa, che va

dal gusto alla varietà, dal rispetto per l'ambiente, gli ecosistemi e

i ritmi della natura in generale, a quello per la dignità umana."


L'elenco degli addentellati della nuova gastronomia, l'attenzione

a svecchiare la vecchia figura del gourmet, il tentativo di lanciare

nel mondo un appello a quel che rimane della cultura popolare

diventa un programma, un programma anche politico assai

complesso. E sono inevitabili allora un pò di pedanti precisazioni 

e ripetizioni. In confronto il libro di F Lawrence Non c'é sull'etichetta

(sempre della stessa Einaudi) é più elegante e scorrevole ed 

anch'esso fa scoprire molte cose raccapriccianti collegate 

alla produzione alimentare di massa.


Per fortuna, il procedere non proprio fluido del pensiero

petriniano é interrotto da alcuni aneddoti, talvolta divertenti e 

istruttivi, talvolta un pò noiosi, sulle situazioni in cui si é trovato 

l'autore scoprendo la sua vocazione. Comunque sono interessanti 

sguardi sul mondo anche sull'America ad esempio e le sue 

entusiaste, a volte eccessive, vocazioni biologiche.


Venendo appunto ad una critica dei contenuti piuttosto che della

forma direi che sono d'accordo con l'impostazione dell'autore sul

biologico. Quando diventa un biologico industriale allora

iniziano i problemi come é ben sottolineato con la storia dell'olio

d'oliva in California. Viceversa poca attenzione viene posta 

all'equilibrio tra corpo e cibo, solo ad un certo punto se ne parla

quando l'autore cita i suoi problemi fisici. Andrebbe invece 

approfondita la questione degli eccessi alimentari o in forma 

inversa della mancanza di una attività fisica adeguata che consenta 

questo equilibrio. Questo proprio in un contesto dove si vuole 

salvaguardare la salute umana.


Più in generale si pone poi la grande questione della

modernità e postmodernità. Petrini si pone nella scia di

un Carl Sitte l'architetto viennese che voleva salvare le piazze

e gli artigiani, o di un Ivan Ilich che sull'onda del primo shock

petrolifero riscopriva la bicicletta in totale alternativa all'auto per

salvare la città europea dalle devastazioni del traffico.

In Petrini troviamo ad esempio la volontà di salvare

il mercato rionale con la sua filiera corta, la più corta possibile.

Tutti e tre non invocano un ritorno all'antico, ma un 

compromesso con il moderno.


Mi chiedo se ha senso salvare la sapienza popolare,

quello che é il livello zero dell'economia, quella che Fernand 

Braudel definiva cultura materiale che é la base del modello di 

produzione preindustriale prima che il capitalismo si diffondesse 

in modo planetario ?

Dobbiamo chiederci se un modello bio-compatibile lo

sia anche con l'industriale, certamente Petrini sa questo quando 

dice che si devono trovare nuovi modi naturali di produzione e

trasformazione. Ma produzione e trasformazione significa industria

e quindi artificiale. Quello che si vuole é verosimilmente 

quella tecnologia verde cara al fisico e saggista di successo 

Freeman-Dyson in alternativa a quella grigia della prima 

modernità. Io suggerirei di usare il termine trans-naturale 

per indicare quelle produzioni industriali che siano anche 

bio-compatibili.


Andrebbe valutata anche l'opera complessiva

di Carlo Petrini, la fondazione di Slow Food, dell'Università

di Scienze Gastronomiche, il lancio di Terra Madre e le altre

iniziative "a rete" (non solo informatica, ma rete d'individui, di

gruppi, nella stragrande maggioranza dei casi volontari).

Complessivamente tutto ciò vale un cinque stelle abbondante,

ma al libro, complesso e con cui fare i sempre conti, ne ho

date tre e mezzo.

 

Recentemente SF si é anche proposta per studiare la qualità

delle mense scolastiche, sarebbe certamente un opera meritoria

se la spesa si dimostrasse come sembra non eccessiva, rispetto

all'attuale panorama scarsamente "pulito" e spesso non "buono".


Il messaggio é valido ? Direi di sì, ma io sono meno 

ottimista. Il grigio é ancora lì e non sembra volersi fermare 

facilmente come i TIR che invadono e devastano le nostre 

strade continuando a portare i prodotti prima su e poi di nuovo 

giù perchè il prezzo salga come vuole la regola del capitalismo 

commerciale. Più modestamente io credo che dovremo 

accontentarci di qualche isola verde e lottare per conservarla.


martedì, febbraio 12, 2008

La chiave segreta per l'universo - Lucy & Stephen Hawkings

AutoreLucy & Stephen Hawkings
TitoloGeorge's secret key to theUnivers
Titolo ItalianoLa chiave segreta per l'universo
Anno2007
Giudizioelementare- per ragazzi dei primi anni delle medie

Visto il nome degli autori mi aspettavo molto di più. Una trama elementare e poco credibile fa da collante per una serie di schede di astronomia.
Difficile pensare che qualcuno possa immedesimarsi nel giovane protagonista, e ancora meno credibile l' esistenza di un super computer come Cosmo in grado di aprire porte nello spazio in zone dell'universo ad esso stesso ignote.
Assolutamente incomprensibili le azioni/reazioni del professore che detiene le chiavi 'segrete' dello spazio. A voler trovare un merito.... offre un piccolo spaccato di vita in una cittadina periferica americana.

giovedì, gennaio 31, 2008

Neanche gli dei - Isaac Asimov

AutoreIsaac Asimov
TitoloThe god themselves
Titolo ItalianoNeanche gli Dei
Anno1972
GiudizioAll'altezza dell'autore


"Neanche gli Dei" è un libro scritto con la genialità di un uomo che è in grado di offrire un cambio di prospettiva ogni volta sorprendente. La trama scorre veloce e non distrae il lettore, o meglio lo distrae solo quel che basta per cercare di sorprenderlo.

Non posso negare che anche il gioco di parole reso dai titoli dei capitoli:

  • Contro la stupidità
  • Neanche gli dei
  • possono nulla?

ha, per me, un fascino tutto suo.

Il libro scritto nel '72 tra l'altro affronta un tema vivo al giorno d'oggi, quello della ricerca di fonti di energia alternative. La soluzione di Asimov è geniale e come al solito ha una sua valenza pseudoscientifica. Il petrolio inquina, è una risorsa limitata e va sostituito, ma... siamopronti per una nuova forma di energia? Siamo in grado di valutare correttamente i pericoli che questa potrebbe riservarci?

L'altro tema portante del libro e la crescita affrontata da un punto di vista 'alieno'. Il futuro è sempre un mistero soprattutto quando ci si sente in balia di esseri che se curano una parte della popolazione, ne trascurano un altra solo perché è diversa e questa sua diversità la rende poco interessante. Ma le cose stanno davvero così?

mercoledì, gennaio 02, 2008

[curiosità] The wrong country - Il paese sbagliato

In omaggio a Micheal Jackson recentemente scomparso
ho tradotto questa nuova prefazione del suo libro
"Great Beers of Belgium" comparsa nella nuova edizione del
2006. E' un'autentica chicca deliziosamente scritta ricordando
gli "swinging sixties" e uno di quei momenti topici della vita in
cui il nostro modo di pensare cambia a causa di una
improvvisa scoperta in una sera in cui si è lontani dalla
normale sobrietà preoccupata di questo e di quello.



The wrong country


Il paese sbagliato

Erano stati lanciati fumogeni al matrimonio della
principessa
Beatrice col tedesco Claus Von Amsberg.
John Lennon e Yoko Ono
stavano tenendo un “Bed in”
all'Amsterdam Hilton. Sesso, droga
e rock'n'roll
avevano conquistato il Vondel park (in nome del

poeta omonimo che suona così deliziosamente
vicino alla parola
inglese “fondle”(1)).

Dopo aver lavorato come giornalista in Edinburgo e Londra ero
al primo tentativo con una posizione “estera” ad Amsterdam.
Erano davvero tempi nuovi. Non avevo lamentele riguardo al
sesso, il rock'n'roll era divertente, ma la Jazz scene di
Amsterdam era d'altissimo livello. Nella mia natura di giornalista
davo all'alcool la giusta importanza come droga del mestiere, e la
consumavo con piacere in entrambe le forme di whisky e birra.

Nei paesi civilizzati non avevo mai trovato nessun altro posto
al mondo dove il lattaio portava a domicilio anche la birra: una
confezione da sei bottiglie di Grolsch appariva regolarmente sul
mio uscio. La fermata del tram per l'ufficio era giusto all'angolo
del birrificio Heineken: la birra al caffè di fronte non avrebbe
potuto essere più fresca. Meno di un kilometro lungo il canale
separava la fabbrica della Heineken dalla fabbrica della Amstel.

Di tutte e tre, solo la Heineken era nota internazionalmente
negli “Swinging Sixties”. Tutte sono ora familiari, ma lo stile
di queste birre era già noto a livello mondiale: una birra bionda,
in passato secca, ma oggi più spesso media o dolce, che fu
copiata in origine dalla prima “lager” bionda prodotta nella
città ceca di Pilsen.

Gli olandesi pensavano che la “Pils” fosse la propria birra, ma
questa era piuttosto una birra nello stesso stile di quasi tutte
le altre birre nazionali conosciute in tutto il mondo. Dalla Carlsberg
alla Carling, dalla Coors alla Corona, il loro prodotto principale
era, a varie distanze, sempre derivato dalla birra lager Pilsner
(o Pilsener). Dire che la birra più venduta negli USA era inspirata
dalla lager di una differente città ceca, Budweis, é come tagliare
un capello in quattro.

Milioni di consumatori conoscono solo questo stile di birra,
come milioni di consumatori di vino sono soddisfatti della vaga
dizione “bianco secco”, fatto sempre con le stesse uve Chardonnay,
e per moltissimi americani noto come “Chablis”.

Essendo cresciuto con le Ales britanniche che erano il Bordeaux
del mondo della birra, io non potevo certo sopravvivere sul solo
“bianco secco”, comunque ben fatto fosse.

Il conformismo non è un istinto che l'abitante di Amsterdam ha
nel cuore. La loro città è una delle grandi città liberali del
mondo, e per questo io l'amo, ma non avrei potuto aspettare fino
ad ottobre per bere la scura bokbier olandese. Diventavo inquieto.
Un amico mi disse che c'era una scelta più ampia nel sud cattolico.
Egli menzionò due provincie. Una, nonostante la sua posizione
meridionale, era chiamata Nord Brabante (il “Sud” Brabante è nel
Belgio). L'altra era il Limburgo (anche in Belgio c'è una provincia
con lo stesso nome e una città in Germania pure porta quel nome).

Il mio amico mi disse che in queste provincie molte cittadine
erano famose per i loro carnevali invernali anarchici. Così decisi
di andare a vedere coi miei occhi anche con l'idea di scrivere un
pezzo. Seduto in treno al mio fianco c'era un uomo dall'aspetto
miserabile che si manifestò presto essere un fondamentalista
protestante dei villaggi nelle provincie a nord e ad est di
Amsterdam. Leggeva un giornaletto scandalistico inglese molto
famoso per la sua copertura salace di peccatucci sessuali. Io
feci l'errore di chiedergli in quale direzione era il buffet.
Cosicchè quello mi ingaggiò in una conversazione, o meglio mi
subissò con un monologo sulle deficienze morali del sud cattolico.
Quando attraversammo il Reno mi sembro come di passare il
Rubicone.
Avvicinandosi alla città di Breda egli mi avvisò che le strade
sarebbero state piene di gente semiubriaca in costume da carnevale
che bevevano birra. Per lui questo implicava che avrei dovuto
girare gli occhi da un'altra parte. Piuttosto, le mie intenzioni
erano di segno opposto, ma pensai bene di non dire nulla, le
mie orecchie avevano già subito abbastanza.

Ogni volta che il treno si fermava in stazione, il suo giudizio
diventava più critico. Quando non ne potei più del suo disgusto
decisi di scendere dal treno. In che città ? Maastricht (2),...
forse ? Fui inghiottito dalla folla, birre alla mano, che sembrava
essere in una circolazione senza fine attorno al caffè della
stazione. La piazza della stazione era piena di bevitori e gente
che danzava sulla musica dei Beatles. L'intera città era ubriaca, e
presto lo fui anch'io.

L'Uomo in maschera.

Tra i bicchieri senza fine di biondissima lager olandese qualcuno,
con una maschera di John Lennon sul viso, mi passò un calice
contenente una birra scura. Senza temere vertigini di sorta, ne
presi un sorso abbondante. Ero del tutto impreparato per la
ricchezza della miscela fermentata (3) e, un momento dopo, il
colpo dell'alcool, da qualche parte intorno all'apice della testa.

“Ti piace ?”. Egli appariva sorpreso e stupito. Forse ne aveva
tracannato già qualche bicchiere. “Si” replicai, “E' favolosa”.

“E' una birra Trappista”, egli intonò con voce seria. “Se ti
piace questa sorta di cose sei nel paese sbagliato. Dovresti
andare al di là del confine.” Poi la notte, l'alcool e gli
spintoni tra la folla e la musica ci fecero prendere strade
diverse. Non seppi mai il suo nome, ne vidi la sua faccia
dietro la maschera.
Il giorno dopo, con il malditesta della sbornia e la barba
lunga, attraversai il confine, come un rifugiato dall'annuale
momento di disinibizione degli olandesi.

Fu la mia prima visita al Belgio. Avevo scoperto che non tutte
le birre europee continentali erano delle Pils. Presto realizai
che il Belgio aveva una selezione di stili di birra propri che
non avevo mai visto altrove. Provai la De Konninck, la
Westmalle Dubbel e Tripel, e una Gueuze (4) non identificata,
ciascuna delle quali mi stupì più della precedente.

Rimasi per un weekend lungo. Quando me ne andai, le mie
prospettive e le mie passioni erano state ri-allineate.

Il giornalismo mi avrebbe portato a Belfast ed in Bangladesh,
di fretta qui, brevemente là, ma nel seguito il sangue di John
Barleycorn (5) mi chiamò nel suo cammino. Ho trovato grandi
birre in Alaska e Patagonia, e meravigliosi whiskies in Islay
e Hokkaido, ma in Belgio un Beer Hunter non può mai riposare sul
suo sgabello.

Michael Jackson,
Antwerp, giugno 2006



1. Fondle: carezze amorevoli o erotiche, “coccole”.
2. Maastricht, nel Limburgo, é famosa per il suo carnevale di
strada con i costumi che le persone elaborano per
un intero anno ed un forte accento umoristico ed infine con
somiglianze al carnevale veneziano per tradizione e costumi.
3. Ho tradotto “brew” con “miscela fermentata” che rende
l'idea ad un pubblico italiano generico, chi conosce il
termine inglese può naturalmente pensare a questo che è
specifico del mondo della birra e non ha un corrispondente
esatto in italiano.
4. La Gueuze è un blend di Lambic giovane e matura. La
Lambic è a sua volta una birra particolarmente complessa
prodotta nella regione di Bruxelles con oltre 200 tipi di
lieviti indigeni (wild yeast) , spesso addizionata con
frutta e spezie, e soggetta a diverse fasi di fermentazione
anche cinque e più, con un processo produttivo anche molto
lungo (in media tre anni).
5. John Barleycorn, è la personificazione del malto d'orzo
nella tradizione inglese originata nel medioevo. Egli compare
come in una canzone della stessa epoca in cui il malto
personificato viene maltrattato e ucciso dando come
risultato però l'ebbrezza dell'alcool. Alcuni autori
vedono in questo un simbolismo cristiano utilizzato per
diffondere il cristianesimo tra i “barbari” bevitori di birra.

martedì, ottobre 30, 2007

I Guerrieri dello Spirito - Leonardo V Arena

AutoreLeonardo V Arena
TitoloI Guerrieri dello Spirito
Titolo Italiano
Anno2006 - Mondadori
Giudizio****

Un argomento che affascina molti è oggigiorno il legame che c'è
tra i kamikaze dell'11 settembre ed i kamikaze e altri affini delle
epoche passate. Come in moltissimi altri casi, il termine “kamikaze” è
applicato “a pioggia” dagli occidentali piuttosto che dagli attori in prima
persona. Essi definiscono se stessi di solito in altro modo, forse
"Guerrieri dello spirito" è una definizione che potrebbe piacergli.

Ricordo che "kamikaze" deriva da "kami" (spiriti/spirito elementari)
e "kaze" (vento, tempesta) e si riferisce in origine a tutt'altro: alla
tempesta che impedì l'invasione mongola del Giappone nel XIV secolo.

Il libro di L. V. Arena è un testo godibilissimo che esplora la linea
di confine tra il mondo materiale e il mondo dello spirito, del quale
si assiste oggi ad un grande ritorno (ma forse non ci ha mai
lasciato ?). Da questo punto di vista esso indaga sui vari gruppi
che hanno tentato sia in occidente sia in oriente di superare la
contraddizione insita nel dualismo tra il corpo, visto soprattutto
nella sua espressione limite e quindi come arma, e lo spirito
che normalmente rifugge dalla materialità del combattimento.
D’altro canto il combattimento quando mette in gioco la vita è
l’atto col quale corpo si approssima alla morte, a Thanatos e
quindi ad uno stato “altro” dalla realtà materiale (l'altro corno del
dilemma è il sesso che fa capolino ogni tanto per le abitudini
non proprio ortodosse dei gruppi chiusi).

Questa contraddizione affascina e sconvolge. Si
ondeggia tra l'ignoranza dottrinale che consente a molti
guerrieri occidentali, come Templari e Ospitalieri, di
superarla. Fino alla fondazione e alla deviazione progressiva
della stessa dottrina alle proprie esigenze, come hanno
cercato di fare gli Assassini e i monaci buddisti dediti alla
guerra, e, piu recentemente, anche il nuovo
fondamentalismo islamico.


Scuse che non valgono per i samurai la cui vocazione alla morte
nasce fin dall'inizio della loro carriera. Secondo l’autore sono loro
che in fondo, pur essendo dei laici, hanno rappresentato il modello
ideale del “guerriero dello spirito” colto, che poteva dedicarsi alle
lettere ed alla pittura e quindi avvicinare il (super)uomo completo.
Agli orientali questo riesce credo anche grazie all'"assenza
dell'anima" (nayratmia) che sottende allo Zen o al
buddismo, ma in generale a tutto il loro pensiero. Il samurai non
colpisce con la spada, è questa che, come il verso di un Hai-ku o
il tratto di pennello, scaturisce fuori naturalmente a cercare la
sua perfezione, “parmenidea” oserei dire, nell’atto del colpire
senza alcuna volontà causale all’origine. E’ l'assenza che
permette la fusione tra corpo e spirito, termini di solito
contraddittori: una mistica non del tutto estranea nemmeno
all'occidente in fondo, sebbene al di fuori del pensiero
convenzionale aristotelico.

Questa "assenza" si ritrova anche nell'uso del corpo come
arma assoluta, il senso di sconforto e inevitabilità che proviamo,
quando sentiamo che l'azione kamikaze moderna non può essere
evitata, poiché l'attore è una mera macchina assente (fusa con
La "macchina", normalmente l'aereo per la sua caratteristica
di massimizzare il danno).

Lo stile particolare di Arena merita una citazione. Il progredire del
capitolo è segnato dall'incipit che appare come un’epifania, una
storiella, un episodio raccontato come fosse un romanzo. A volte
può infastidire, ma alla lunga si rivela illuminante molto più dello
snocciolamento di date e avvenimenti. Esso pure, infatti, ci avvicina
allo spirito dei personaggi in gioco. Questo stile è lo stesso degli altri
libri di Arena, che pure consiglio di leggere come "Samurai" e
"Kamikaze" (nel secondo si narra la storia dei piloti giapponesi)
sempre editi da Mondadori in Oscar Storia. Devo dire che lo
stratagemma non è sempre riuscitissimo, a volte è estraniante, ma
migliora con l'età dell'autore di libro in libro.

E' nell'ultimo capitolo che Arena ci mostra le differenze e le
similitudini tra i kamikaze giapponesi e quelli islamici. Le differenze
dottrinali pesano al punto che si possono identificare i gesti e l'atto,
ma le motivazioni profonde appaiono diverse gli uni cercano
disperatamente di salvare la patria senza alcuna contropartita
salvo che la fusione e la scomparsa nel gran fiume dei kami,
mentre gli altri sono in cerca del "martirio" che li eleggerà come
beati in uno dei paradisi monoteisti. Concezione questa
si tutta occidentale, anzi di derivazione manichea e poi
neoplatonica, con la sua ossessione per il puro e il bene
in opposizione all’impuro e al male.

La presenza di una seconda realtà più "vera" fa anche capolino
con la citazione di Matrix nelle conclusioni. E pure ci affascina il
gioco di ruolo, il fantasy, il romanzo gotico ed altro ancora, forme
in fondo d’alterazione della realtà alla ricerca di una seconda
possibilità, segno anche di libertà, parola in cui incorre anche il
libro di Arena e che non sempre si oppone allo spirito. Forse
che Mimesis, il capolavoro di Erich Auerbach sul realismo,
andrebbe riscritto dal punto di vista di un lettore della Terra di
Mezzo.

venerdì, settembre 07, 2007

Lo potevo fare anche io - Francesco Bonami

AutoreFrancesco Bonami
TitoloLo potevo fare anche io
Anno2007
GiudizioInutile, inconcludente, soldi sprecati
Riferimentianobii


Annuncia il sottotitolo: "perché l'arte contemporanea è davvero arte?". La promessa di spiegarlo è il semplice motivo per cui ho comprato questo libro. Purtroppo non solo l'autore fallisce chiaramente e completamente il suo dichiarato intento ma, per buona parte del libro, pare addirittura essersene dimenticato.

Cosa ti aspetti quando qualcuno spende le parecchie pagine del capitolo introduttivo per affermare che "finalmente" ti spiegherà perché l'arte contemporanea è veramente arte? Ti aspetti che subito dopo cominci a spiegarti le sue motivazioni, ti dia una definizione di quello che intende per "arte" e ti porti esempi di ciò che, secondo la sua definizione, è arte e di ciò che non lo è.

Il primo capitolo introduce un artista, porta alcuni esempi delle sue opere e ci spiega, secondo il critico, quale possa essere il significato che il presunto artista vuole comunicare con quelle opere. Uso la definizione "presunto artista" per precisa scelta, poiché nel capitolo non vi è nessuna traccia del perché si debba considerare tali opere "arte" e non merda in scatola (letteralmente).

Il secondo capitolo ripresenta lo stesso schema ma per qualche riga mi illude: c'è un flebile accenno al fatto che, in Italia, siamo abituati a considerare artisti solo quelli che, in primis, abbiano una chiara competenza tecnica nella loro disciplina. Speranzoso continuo a leggere, forse l'autore sta per arrivare al punto.

Dal terzo al quinto capitolo, calma piatta, tanta critica ed interpretazioni delle opere. A latere troviamo qualche auto incensamento dell'autore nel suo ruolo di rinomato critico.

Da settimo capitolo in poi, le cose peggiorano nettamente. L'autore si dimentica completamente del fatto che ha promesso di scrivere un libro per neofiti e smette di introdurre gli artisti e le loro opere, passa direttamente alla critica degli artisti. Il povero artisticamente illetterato lettore, destinatario eletto del libro, non può fare altro che studiare da altre fonti le opere dell'artista in oggetto prima di leggere il capitolo se vuole avere speranza di capirci qualcosa. Una selva di riferimenti incrociati, spesso ad autori non ancora trattati, confonde senza requie.

Il capitolo conclusivo aggiunge la beffa al danno. Con assoluta non curanza, l'autore ci informa che questo capitolo dovrebbe rispondere alla domanda iniziale, finalmente spiegarci perché, secondo l'autore, certe cose siano arte ed altre no. L'argomento è liquidato in meno di tre pagine con qualcosa del tipo "perché spiccano nella generale mediocrità del panorama artistico circostante".

Riepiloghiamo: Il libro promette di essere un libro sulla critica dell'arte, sulla definizione di arte e arte contemporanea ed invece è un libro di critica dell'arte contemporanea. Il libro è inutile anche come introduzione all'arte contemporanea perché scritto in maniera incomprensibile per il neofita per l'eccessivo numero di concetti e nozioni date per scontate.

Chiudo il libro e mi domando cosa ho imparato da questa lettura. La risposta è "nulla"! Ho imparato molto di più dalle ricerche che ho fatto sulla wikipedia per cercare di capir qualcosa dell'inutile guazzabuglio che è questo libro. Inoltre ho intenzione di liquidare la prevedibile obiezione che, almeno, questo libro mi avrebbe spinto ad informarmi sull'arte contemporanea, facendovi notare che fare click su questo link non costa 15 euro e non contribuisce alla deforestazione amazzonica.

LLP, Andrea

lunedì, giugno 04, 2007

Coraline - Neil Gaiman

AutoreNeil Gaiman
TitoloCoraline
Titolo ItalianoCoraline
Anno2003
GiudizioGuardare oltre le apparenze...

E' un libro piccolino, Coraline, di quelli che si leggono in un paio di ore, magari nel classico pomeriggio d'inverno. D'accordo, sono una fan di Gaiman e non sono molto obiettiva ma Coraline è una bella storia, evocativa e leggera, a tratti un po' spaventosa. Ricca di quei ritratti 'alla Gaiman' che troviamo nei suoi scritti. Personaggi curiosi, vagamente assurdi, saggi o completamente pazzi. Qui degni nota sono un gatto parlante, le due sorelle vicine di casa e, soprattutto, la stessa Coraline.

Coraline è una bambina molto curiosa che ama definire se stessa un'esploratrice. Siamo sul finire dell'estate, ed è un momento molto drammatico: la scuola non è ancora cominciata e la bambina ha già esplorato la vecchia casa dove abita, è andata a trovare i vicini, ha giocato con il gatto, ha esplorato il giardino in lungo e in largo. Ha giocato a tutto il possibile e l'impossibile, ma ora si annoia e tanto.

Un pomeriggio, spinta dal papà a contare le porte della casa e svariate altre cose (tra cui tutte quelle blu), si avvicina alla quattordicesima porta, quella sempre chiusa. Corre in cucina a prendere le chiavi, ma la porta si apre semplicemente su di un muro di mattoni e non c'è davvero niente di curioso o speciale.

Ma un giorno, il giorno più noioso di tutti, qualcosa spinge Coraline ad aprire nuovamente quella porta... i mattoni sono spariti, al loro posto un lungo corridoio si inoltra nel buio. Ecco. Qualcosa di nuovo da esplorare, finalmente.

Alla fine del corridoio, un'altra casa e, dentro, l'altra madre e l'altro padre. Uguali ma non troppo ai genitori della bambina, con dei lucidi bottoni neri al posto degli occhi. Presenti e premurosi, in netto contrasto con la vera mamma sempre di corsa e il vero papà sempre al lavoro. Da questo lato tutto è più divertente, l'altra madre è amorevole e attenta, il gatto ha il dono della parola, e cose curiose e divertenti accadono. L'altra madre chiede a Coraline di restare, di diventare sua figlia, ma la bambina è saggia e coraggiosa, e, sebbene tentata, alla fine torna alla sua vera casa.

Tuttavia, il giorno in cui i suoi veri genitori spariscono nel nulla, Coraline saprà esattamente dove dovrà andare a cercarli.

L'altro mondo è sempre affascinante, l'altra vita è sempre più bella e divertente. In questo Coraline ci porta a riflettere sulla realtà speculare, sull'attraversare lo specchio, ma soprattutto sul fare delle scelte per una vita forse più semplice. Ma attenzione, perché il prezzo da pagare per l'altra vita c'è sempre ed è sempre molto alto.

Consigliato a chi pensa che le favole siano solo roba per bambini.

NdiSash: Shand, no... non fare quella faccia, non sono un miraggio o un programma difettoso prodotto dalla matrice. Sono proprio io e questa è la mia prima recensione dopo tutto questo tempo. Per la seconda... chissà? Magari mi distraggo un attimo, as usual, e passano un altro paio di anni! :-)

mercoledì, maggio 23, 2007

[curiosità] L'uomo delle montagne

Meno avvolto nel mito del suo alter ego europeo, Woodwose,
l’uomo delle montagne, è il rappresentante di una epopea
puramente maschile che si è sviluppata grosso modo dal 1810
fino al 1840, quando ormai i pionieri coi loro carri iniziavano ad
invadere i territori scarsamente popolati del Nordamerica,
mentre castori e bisonti iniziavano a declinare. Nell’immaginario
nordamericano, meno nella realtà commerciale delle companies,
egli rappresenta l’uomo civilizzato che torna alla natura e perde
quella patina borghese e flaccida per tornare ad un pieno totale
contatto con la natura in una terra spopolata e selvaggia. Egli è
totalmente autonomo e libero, e questi sono i “comforts”
probabilmente più sostanziali che gli possiamo invidiare, dato
che la vita tra le grandi pianure e le montagne rocciose all’epoca
non era certo facile. Quella che segue è la traduzione dal libro
di George Laycock delle impressioni dal vivo di uno dei primi
viaggiatori sul continente riguardo ad un autentico mountain man:

La sua pelle a causa della costante esposizione assumeva un
tono quasi scuro come quello di un nativo, e i suoi caratteri e
struttura fisica assumevano una forgia rude e dura. I suoi
capelli, per la mancanza di attenzione, divenivano lunghi,
ruvidi come il sottobosco, e ricadevano sciolti sulle sue spalle.
La sua testa era sormontata da un cappello di lana a falda bassa,
o un rude sostituto fatto da lui stesso. I suoi vestiti erano di pelle
scamosciata di cervo, decorati da frangie alle cuciture con stringhe
dello stesso materiale, tagliato e manipolato in un modo del tutto
peculiare a quell'uomo ed ai suoi associati...ai suoi fianchi era una
cintura di pelle alla quale erano attaccati i foderi del suo coltellaccio
e delle pistole - mentre dal suo collo era sospeso una tasca per
proiettili attaccata saldamente alla cintura sul davanti, e sotto il
braccio destro pendeva un corno da polvere trasversalmente
passato sulla sua spalla, dietro il quale, su di un spallina erano
assicurati uno stampo per pallottole, un cacciavite o un’acciarino,
un portamonete, un punteruolo, etc. Possiamo immaginarlo con
una stecca di legno duro per l’avan-carica e un buon fucile nelle
sue mani, mentre s’apre la strada a fatica carico anche con trenta o
trentacinque balle (di pelliccie), l’autentico uomo delle montagne
completo del suo equipaggio...l'uomo delle montagne che e' il suo
proprio manovale, sarto, calzolaio e macellaio, e puo' sempre nutrire
e vestire se stesso, e godere di tutti i comforts che la sua
situazione permette.

Rufus B. Sage, cit. in The Mountain Men di George Laycock,
The Lyons Press, Guilford CT,
6th edizione, 2006. Traduzione di Jakk.

The Mountain Men

Virgin Land: The American West As Symbol and Myth, by Henry Nash Smith.

martedì, aprile 24, 2007

Gli Illuminati e il Priorato di Sion - Massimo Introvigne

AutoreMassimo Introvigne
TitoloGli Illuminati e il Priorato di Sion
Titolo Italiano
AnnoPiemme - 2005
Giudizio****
Tra i più noti esperti di quei fenomeni parareligiosi
che sono le sette e le credenze di massa, M. Introvigne
ha prodotto un agile libretto che ci spiega in dettaglio
come Dan Brown abbia costruito abilmente su delle
incredibili lacune e sabbie mobili di sette inventate
a volte per puro caso, credenze popolari e storiografia
alla buona (come le arcinote leggende sui templari che
sarebbero rimasti nell'ombra anche dopo la loro
distruzione).

Il libro è godibilissimo sotto l'aspetto storico con
un’accurata ricostruzione delle fonti, e degli intrecci,
passaggi di testimone (spesso contestati da
interminabili cause in tribunale), finte riscoperte, finte
parentele e per finire finte edizioni retrodatate ex-post
che sono classiche nell'evoluzione delle sette esoteriche
quando cercano di inventarsi una tradizione.
Scoprire che il Priorato di Sion non è che una setta
composta nel suo periodo d'oro in tutto di tre
o quattro persone opera di un fascistello francese
disoccupato è qualcosa che non si può perdere. L'autore
trova anche il tempo di accennare al noto film Disney
Il mistero dei Templari che prolunga e rafforza la
tradizione della scomparsa "sottotraccia" dei cavalieri
e che permette ad Introvigne di spiegarci con una dotta
disquisizione l'origine NON massonica del disegno del
retro del Great Seal (il sigillo ufficiale degli Stati
Uniti: un occhio posto su di una piramide tronca, disegno
che appare anche su tutte le banconote da un dollaro).

Assolutamente comico è poi il gran finale tra X-files,
i "rettiliani" e il principe Filippo (già proprio lui
Filippo d'Inghilterra) con l'ennesima interpretazione
dell'incidente del Pont du L'Alma.

Più impegnativi sono invece alcuni temi che emergono
qua e la nel libro, soprattutto all'inizio, e nelle
conclusioni. In primo luogo, si chiede Introvigne,
perchè le grandi religioni, nonostante il loro revival
post-illuministici, nonostante le moltissime persone
che sono affamate di spiritualità, non riescono ad
attrarre più di un 20% circa di credenti veramente
osservanti. In genere l'altro 60% di chi si dichiara
credente (circa l'80% nei paesi occidentali) non
appartiene ad una chiesa in particolare, è un "credente
senza chiesa" ("believier without belonging"). Questo
non appare però come l'effetto della modernità e della
secolarizzazione, ma è l'opposto: è nei "credenti
senza chiesa" che si assiste al ritorno di credenze
esoteriche, pseudo-scientifiche, e quindi alla
speculazione che le chiese, in particolare quelle
delle grandi religioni monoteistiche siano
detentori di poteri occulti e persino di "grandi"
complotti. (D'altra parte anche le chiese vi si
adattano trovando nel culto popolare dei santi e
di una ritrovata mistica, un mezzo, sempre più
veicolato dai media, anche per ri-attrarre a se gli
appassionati delle sette segrete e dei misteri,
quei "credenti senza chiesa" appunto.)

Quali motivazioni che spingono delle persone in
genere razionali a credere in un metacomplotto
(o grande complotto). La risposta è a mio parere
determinata dalla voglia di trovare delle risposte
facili e deterministiche alla complessità del mondo,
cosa che non sempre le grandi chiese, in quanto
organizzatrici di bisogni spirituali su vasta scala,
non riescono sempre a dare. Paradossalmente se la
scienza fosse più conosciuta e diffusa avremmo un
numero maggiore di "credenti con chiesa", infatti,
i temi gnostici/complottisti sarebbero presi per
quello che sono ovvero bufale in parte ben riuscite.
L'essoterismo è l'altra faccia di questa medaglia,
esso nasce proprio perché le credenze esoteriche,
essendo, di fatto, al di fuori della cultura ufficiale,
possono dare quelle spiegazioni semplici che servono
a collocarsi/collocare nel mondo se stessi e gli altri
con un ruolo ben preciso, buono o cattivo che sia.

Voglio infine notare che al contrario dell'autore io
penso che sia illusorio credere che la percentuale
dei credenti strettamente osservanti ad una chiesa
superi il 40%, forse in eccezionali periodi di "great
awakening" può arrivare al 50%, ma ci sarà in ogni
caso una notevole percentuale di persone, che si
dichiara "credenti senza chiesa", anche perchè
colloca i bisogni spirituali nelle cose individuali
più che collettive. (Diceva un famoso capo indiano
"le chiese servono a litigare su Dio".) Quindi il
fatto che l'80% si dichiari credente, ma solo il 20%
va in chiesa, non è caratteristico della nostra epoca,
ma é probabilmente un dato storico con qualche
oscillazione del 10% in più o in meno. Naturalmente le
motivazioni che Introvigne dà del "grande complotto"
sono coerenti con questo: una buona parte di quel 60%
di "credenti senza chiesa" motiva il suo rifiuto
d’appartenenza con le teorie del "grande complotto"
e questo fa vendere molti libri a Dan Brown.

sabato, marzo 10, 2007

Psychofarmers(R) - Pietro Adamo e Stefano Benzoni

AutorePietro Adamo e Stefano Benzoni
TitoloPsychofarmers(R)
Titolo Italiano
AnnoEdizioni Isbn 2005
Giudizio****

Accompagnato da un ricchissimo e rivelatore apparato iconografico
storico pubblicitario sugli psicofarmaci, il libro si pone come
una vera enciclopedia (per questa parte merita cinque stelle *****)
che esplora tutti gli aspetti medici, etici ed estetici dell’uso e
dell’abuso degli psicofarmaci.
Innovativa appare la descrizione della fiction connessa
(ma poi non tanto fiction) attraverso libri, film e opere in
qualche modo connesse con gli psicofarmaci, come il celebre Paura e
Delirio a Las Vegas, altri film iconici come All That Jazz di Bob
Fosse che morirà come il suo protagonista, o canzoni celebri come
Lithium dei Nirvana, saggi celebri e provocatori come Prozac
Nation, ma persino episodi dei Simpson, di Desperate Housewives e
per finire anche Zio Paperone.

Ma l'elenco delle "icone" è addirittura impressionante se si pensa che
sono citati: Woody Allen, Dario Argento, William S. Burroughs, Johnny
Cash, Philip K. Dick, Rainer W. Fassbinder, Bret E. Ellis, Francois
Truffaut e Ray Bradbury, Judy Garland e Janis Joplin, Kurt Cobain e
Syd Barrett, David Lynch e Andy Warhol, la "maggiorata" Marilyn
Monroe e la magrissima intellettuale dell'anarcocapitalismo Ayn Rand
e da qui a J. P. Sartre, J. F. Kennedy, Elvis Presley.... sembra quasi
che chi manca sia in netta minoranza, almeno nella cultura dominante
d'oltreoceano e dei suoi derivati.

Gli aspetti trattati sono molteplici e questa semplice
recensione difficilmente potrà dare un idea della complessità
del fenomeno analizzato che certamente neanche
il libro esaurisce, ma ha il merito di porre come aspetto
problematico del postmoderno. Infatti, l’uso di queste cosiddette
“droghe legali” è strettamente connesso all'interpretazione cattiva
o buona d’alcuni miti dell'immaginario collettivo che travolgono
anche sistemi di riferimento come l'asse destra - sinistra per
rispuntare da ogni direzione.

Come già è evidente in Napoleon’s buttons (vedi recensione del
1 febbraio 2007) il labile confine tra droghe proibite e legali è
specialmente poi nel campo dei “quasi-legali” psicofarmaci in
pratica inesistente essendo il passaggio dall’uso all’abuso tanto
facile e diffuso. Condivido completamente il punto di vista degli
autori: gli psicofarmaci sono medicine utili in qualche caso, ma
l’abuso sistematico è da evitare, senza poi parlare delle strane
“scoperte” dell’industria farmaceutica.
Curiosa a questo riguardo è l'iconografia ormai fuori moda perché
non politically correct del "vecchietto nevrotico" al quale si
consigliavano alla buona farmaci dagli effetti massicci sul sistema
nervoso centrale che oggi diremmo devastanti. Anche la storia
che vuole la tardiva diffusione degli psicofarmaci nei paesi orientali,
e.g. il Giappone, apparentemente causata dal fatto che alcune
patologie da loro non esistevano "prima" che esistessero anche
i farmaci per curarle appare sospetta. Un sospetto che investe
anche noi ora con la querelle sulla sindrome d'iperattività dei
bambini e la recente introduzione del rimedio miracoloso Ritalin
(la vera "guest star" negli episodi delle serie TV ricordate sopra).
Tra le teorie più curiose e almeno per me sconclusionate cito
quella che vorrebbe il Prozac come “rivelatore della nostra vera
natura genetica”, l'idea di Peter Kramer che in seguito ha portato
al successo il libro di Elizabeth Wurtzel - Prozac Nation.
Certamente l’azione di alte dosi e la nascita di una dipendenza nel
caso degli psicofarmaci come il Prozac è in grado di fare una
(apparente o reale) tabula rasa nel cervello di alcuni, ma cosa
c’entri coi geni è tutto da scoprire. Se l’azione del farmaco è tale
da creare su uno strato “vergine”, un "se" differente, questo
probabilmente spiega il suo successo come ingenerante una
sensazione liberatoria. Se questo sia qualcosa di stabile o mera
illusione è probabilmente ancora da scoprire. Infatti, da quanto
scrivono gli autori, l'azione degli antidepressivi di ultima
generazione, detti SSRI (tra questi è proprio il Prozac) non è
ancora del tutto chiara scientificamente e alcune conseguenze,
come il problema di un aumento dei suicidi, non sono ancora
state indagate a fondo.

Un commento separato è necessario per il saggio finale (***):
inizia bene, ma poi si perde un poco nell'affanno di mettere
Focault nella partita. Credo che la cosa migliore sia il ragionamento
sulla divaricazione tripla che affligge il problema e che provo a
descrivere qui:

1) psicofarmaci come cura col problema del ruolo dei medici e della
medicalizzazione e il rapporto con la società che cerca di conservarsi
(qui l’aspetto “di destra” della cosa: il medico, psichiatra o psicologo,
è affine al poliziotto o al prete, vigilatore dell’integrità morale)
riservando la fenomenologia dell’abuso anche in questo caso solo a
speciali categorie (lo sciamano ieri, il rocker o la star oggi);

2) psicofarmaci come svago con i vari aspetti culturali e nella loro
diffusione di massa e quindi dell’abuso di massa, non detto, non
passato attraverso i canali di controllo istituiti dalla società (i medici
generici subentrano nel ruolo degli specialisti, fino ad arrivare
all’autoprescrizione, e alla farmacia “online”), senza contare l’effetto
emulativo degli stimolanti/tranquillanti legali: alcool, tabacco e,
perché no, caffeina che è comunque uno stimolante (vedi il
successo di Red Bull o Starbucks) che consente un passaggio
“morbido” dal legale, al semi-legale, fino all’autoprescrizione
e all’abuso;

3) il rifiuto della pillola che poi ritorna però sotto la forma
ammissibile (sul versante del pensiero progressista “antipsichiatrico”
stavolta) della psicodelia, liberazione dal “male” gestito dalle
multinazionali che s’inventano malattie e cure (ma in realtà è
sempre la natura ludica a farla da padrona: così assistiamo, come
in altri campi, alla lotta tra lo “psichedelico=prodotto_biologico naturale”
e lo “psicofarmaco=prodotto_industriale artificiale”).

“2” mi sembra il centro con il ruolo delle maggioranze silenziose
uso-abusanti, ma sono possibili anche le altre interpretazioni che
possono diventare, in epoca di facili superficiali isterismi, anche del
tutto divergenti.

PS il titolo, "contadini della psiche", non chiedetemi che significa
perché anche se ha un’apposita voce nel libro non è per niente
spiegato dagli autori.